Trasmesso durante il Ramadan, è un mix tra il Grande Fratello e Survivor ed ha spopolato in Iraq diffondendo un messaggio: la solidarietà (tra etnie) paga.
Il nome del reality che ha spopolato in Iraq è Playing House, ossia Beit Beut nella lingua locale, ed è andato in onda in prima serata durante il Ramadan. La sua formula integra elementi dei celebri reality show Survivor e Grande Fratello, e i concorrenti devono superare delle prove fisiche (costruire un fienile, trasportare dei pesi al di là di un fiume, ecc.), ma con un grosso elemento di distinzione rispetto ai più famosi reality show: la solidarietà paga. I concorrenti sono stimolati a collaborare insieme per superare le difficili prove, e in un paese diviso come l’Iraq attuale, con le sue guerre fratricide interne tra sciti, curdi, cristiani e sunniti, la solidarietà tra persone anche ideologicamente ed etnicamente diverse diventa un messaggio importante.
“Uniti sopravviveremo, divisi falliremo” è il messaggio che lancia il reality Playing House: quando hanno selezionato noi concorrenti non hanno considerato la nostra etnia o la nostra religione, ma a discapito di queste differenze abbiamo vissuto aiutandoci tra di noi” dichiara Jareer Abdullah Moulla, 26 anni, concorrente uscito dal reality. I 12 concorrenti iniziali erano divisi in due squadre e si affrontavano nella prova settimanale: la squadra che perdeva era costretta a nominare 2 concorrenti, uno dei quali veniva eliminato in base ai voti del pubblico. Ovviamente i concorrenti erano spiati dalle telecamere 24 ore al giorno.
I reality che in Italia sono oramai simbolo della tv spazzatura si sono trasformati in un interessante esperimento sociale in un paese come l’iraq, da dove arrivano quotidianamente notizie di attentati frutto dello scontro tra i gruppi sciiti, sunniti, curdi e cristiani. Il messaggio dei Playing House è la solidarietà paga. Forse un po’ diverso dai messaggi che ci trasmettono i reality italiani… [F.B. – www.magnaromagna.it]
